Filippini Enrico

Enrico Filippini, valmaggese, è nato a Locarno nel 1934 ed è morto a Roma nel 1988. Ha studiato a Milano, Monaco e Berlino laureandosi in filosofia. Per breve tempo ha lavorato ad Ascona come insegnante di scuola elementare. Nel 1960 si trasferisce a Milano. Nella città lombarda assume l’incarico di consulente editoriale della casa editrice Feltrinelli. Negli anni del terrorismo Filippini lascia la Feltrinelli e passa a collaborare con la Bompiani; inseguito si trasferisce a Roma per entrare a far parte, nel 1976, dei collaboratori del quotidiano "La Repubblica", che in quell'anno inizia le sue pubblicazioni. In dodici anni di lavoro scrive quasi cinquecento articoli; una scelta dei quali è stata pubblicata da Einaudi nel 1990 con il titolo: "La verità del gatto" (introduzione di Umberto Eco). Nella sua carriera professionale ha tradotto pensatori quali Husserl e Benjamin e narratori di lingua tedesca quali Dürrenmatt, Frisch, Grass. Negli anni sessanta Filippini pubblica quattro racconti riscuotendo un notevole successo di critica e di pubblico, ma poi si dedica maggiormente al suo lavoro di giornalista e traduttore. Dopo la sua morte viene alla luce un racconto inedito che Feltrinelli pubblica nel 1991; il volume prende a prestito il titolo di questa storia, "L'ultimo viaggio", e raccoglie anche i primi quattro racconti (Settembre ; Giuoco con la scimmia ; In negativo ; Nella coartazione letteraria).

Opere:
  • La verità del gatto : interviste e ritratti 1977-1987. Torino (Einaudi) 1990. (Saggi brevi ; 10)
  • L'ultimo viaggio. Milano (Feltrinelli) 1991. (Impronte)

Parte di testo da L'ultimo viaggio

Scritto negli ultimi mesi della sua vita, il racconto riprende i temi, le immagini, le ossessioni di uno scrittore estremamente parco, schivo, di grande semplicità e raffinatezza. In prima persona, vi si narra il viaggio dello scrittore nella terra natale, in un ultimo incontro con la morte dei propri genitori, con la propria infanzia, e memoria. "...Così eravamo in Svizzera. Non si è presentata in me quella sensazione di amore deluso e di disprezzo, e di claustrofobia, e di desiderio di fuga che la Svizzera in me suscita facilmente. Ero immensamente felice che tutto fosse stato com'era stato, infanzia, giovinezza, matrimonio, fuga, ritorni, amore, letture; ed ero molto felice di mostrare, o di donare a Elena qualche cosa che per me era stato così impregnante. Di lasciarlo a lei, o di informarla di un mio segreto. Elena guardava. Le piaceva - così mi è parso.
Sulla piazza di Ascona, abbiamo posteggiato sotto i platani e siamo andati a mangiare al Caffè Schiff, di cui una volta ho scritto in un racconto. Abbiamo mangiato dietro il vetro colpito dal sole. Elena chinava la testa, di sbieco, in direzione del sole. Non era più il profilo nella macchina, era un mezzo profilo, leggermente languido e un po' assorto. Era come se Elena evocasse cose non del mio, ma del suo passato. Io stavo bene. Credo che anche Elena stesse bene...."

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