Piero Bianconi nasce a Minusio nel 1899. Muore nel 1984 vittima di un incidente stradale, cioè di quella "civiltà" che guardava con sospetto. Laurea a Friborgo. Importante, prima di tornare in Ticino (insegnerà alla Magistrale e al Liceo) è un soggiorno di studio a Firenze e a Roma: dove frequenta gli intellettuali che orbitano intorno al "Frontespizio" (Bargellini, Betocchi, Bo, don De Luca) e qualche letterato rondista, da cui contrae il gusto per il frammento e per la prosa stilisticamente elegante. Personalità ticinese di grande prestigio che si afferma, sia pure con discrezione, fra le due guerre, e che darà il meglio di sé dopo la seconda guerra mondiale con "Albero genealogico". Fin dagli esordi il suo stile limpido e personale lo pone tra gli scrittori più significativi che la Svizzera italiana abbia dato alla letteratura italiana del Novecento. Molti dei suoi libri sono di "cose viste", Bianconi è stato tra i migliori conoscitori del paese, per averlo girato in lungo e in largo, specialmente in bicicletta. Nella sua prosa egli non abbandona mai una scrittura persuasiva e originale, sempre attento ai cambiamenti del suo paese, alla vita stessa dell'uomo soprattutto nella sua religiosità. Tre sono i suoi campi di interesse: la prosa, la storia dell'arte e la traduzione. Fra la trentina di autori tradotti, andranno ricordati: Samuel Butler, Goethe, Voltaire, Rousseau, Diderot, Stendhal, Flaubert, Baudelaire, Balzac, Ramuz. In campo storico-artistico, i libri su Breughel, Grünewald, Bosch, Vallotton, Correggio, Lotto, Piero della Francesca, Borromini. Un merito va subito riconosciuto a Bianconi: quello di avere cercato sin dagli anni Trenta di aprire i propri interessi verso le cose d'Italia. Sintomatica la sua partecipazione attiva all'intrapresa "Svizzera Italiana" e il sodalizio con Angioletti e altri fuoriusciti avversati dalla rivista di Calgari e Janner. Bianconi esordisce con "Ritagli", raccolta di testi brevi che subito rivelano un gusto spiccato per l'eleganza formale e per la parola sapida. "Croci e rascane" segna una prima tappa significativa nell'opera in prosa bianconiana: notevole l'interesse per l'umanità del paese e insieme la scoperta del carattere barocco del Ticino. Con gli anni Sessanta maturano via via atteggiamenti di impegno civile più diretto: contro la rapalizzazione del paese, la svendita, l'intedeschimento: ne deriva anche l'abbandono di certi atteggiamenti giovanili (estetismo, intellettualismo) per imboccare una strada più impegnata: "Occhi sul Ticino".
Nei libri pubblicati, "Ossi da mordere", "Gocce sui fili" continuano a tornare implicazioni come: la mescolanza del sacro e del profano, le esplorazioni meditative; le immagini cimiteriali barocche, ecc. A maturare è il tono, spesso ormai scettico e amaro. E lo scrittore sente con urgenza il bisogno di andare a ritroso nella propria "Geologia morale", di scavare nel proprio io. Frutto di questa introspezione e insieme della coscienza del proprio esistere isolato da ogni attualizzazione temporale (passato, presente, futuro) è -tra smarrimento e rimorso, "Diario del rimorso"- l'opera senz'altro più convincente di Bianconi, "Albero genealogico": epopea familiare che -partendo dalle lettere degli emigranti- vuole fare la storia degli antenati, rivelando insieme la volontà di operare una "recherche" introiettiva che vuole essere in primo luogo occasione per capire e spiegare se stesso a se stesso.
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